Indietro/Retour/Back

 

Alessia Marchiori

 

La parabole couverte conservata nelle ù Heroides: alcune rielaborazioni del materiale ovidiano da parte di Christine de Pizan

 

    L'importanza della figura di Ovidio nel canone di auctoritates privilegiate da Christine de Pizan costituisce un argomento che ha suscitato numerosi studi degni di interesse. Con questo contributo ci proponiamo di aggiungere un tassello ridotto, ma pur sempre foriero di ulteriori sviluppi, alla questione dell'assimilazione da parte di questa autrice di alcuni materiali mitologici risalenti alle Eroidi ovidiane. Queste ultime, pur collocandosi all'interno del corpus denominato Ovidius minor, che Christine condanna puntualmente in alcune sue opere, vi occupano in realtà una posizione liminare, dovuta ad una ricezione più complessa e frammentaria. Durante tutto il Medioevo (a partire dalla fine del XII sec.) le Heroides si rivelano un collettore di glosse scolastiche o indirizzate ad un pubblico laico, di farciture di diversa natura, di rigogliose amplificazioni o strategiche omissioni che ne fanno un testo alquanto flessibile, caratterizzato da una forte intertestualità ed interdiscorsività, e che ne alterano inevitabilmente l'antica veste formale ed ideologica. Cercheremo di mostrare in quale misura il paradigma eroidiano antico, con le sue rivisitazioni plurivoche medievali, si infiltri nel tessuto discorsivo delle opere di Christine e lì venga manipolato, provocando a sua volta una contaminazione latente di fonti che, pur restando implicite, rivestono una certa importanza nella memoria dell'autrice.



L'attenzione sarà concentrata dapprima sul Dit de la Pastoure, in cui, all'interno della cornice idillica, due voci femminili, ovvero due pastore, discutono d'amore rievocando due coppie ovidiane ben conosciute: Paride e Enone, Ercole e Deianira (con le variazioni di Iole, Onfale). Le reminescenze eroidiane, qui più tangibili, non mancano in altre opere liriche dell'autrice, soprattutto nel contesto di débat o jugement a cui si farà rapidamente riferimento. In questa pastorella sui generis entrambe le fables, piegate ad una retorica della persuasione, abbreviate ma ugualmente eloquenti, rispondono efficacemente ad alcune funzioni ben precise. In particolare, il discorso amoroso dispiegato nelle epistole, qui sapientemente riformulato e riletto nei suoi parametri stilistici e narratologici, costituisce non solo un prezioso ricettacolo di exempla femminili a cui attingere, ma anche la risposta differita ad alcune reticenze disseminate lungo il récit, nonché lo strumento ermeneutico privilegiato della vicenda amorosa oggetto della narrazione. Di conseguenza, se la parabole couverte di cui si parla nel prologo si trova racchiusa proprio in queste inserzioni mitologiche, nelle quali il lettore scaltrito è invitato a estrapolare una sentence, l'autrice intende riflettere (inserendosi in tal modo all'interno di un più ampio dialogo fra autori coevi in rapporto all'uso della mitologia) sullo statuto di veridicità di queste fables, proseguendo nel tentativo di enunciare delle regole o dei modelli di conversazione adatti (o forse destinati allo scacco?) a inquadrare la complessa fenomenologia di Amore.